Una comunione contro la solitudine del credente
Fr. Enzo Bianchi, fondatore di Bose
La mia vita lunga ha conosciuto molto bene la vita monastica e l’ha attraversata nelle sue varie forme. E io sono sempre stato cosciente che, facilmente, là dove c’è una vita monastica si radunano anche dei fedeli non monaci che presso la comunità monastica trovano una linfa spirituale per vivere nella fede e per vivere la comunione dei santi. Nella storia della chiesa, a un certo punto questo è diventato talmente un fatto attestato che gli ordini e le comunità monastiche hanno avuto accanto dei fedeli che si offrivano, si “consacravano” al monastero e per questo erano chiamati oblati. Presso i frati costituivano delle confraternite, oppure un “terzo ordine” come presso francescani, domenicani. Erano laici che vivevano la loro vita ma assumevano la spiritualità domenicana, la spiritualità francescana, e facevano riferimento soprattutto a queste realtà nel loro vivere la vita cristiana.
Trent’anni fa nella chiesa fiorivano anche presso le nuove comunità forme di questo tipo. Anche Taizé ebbe una comunione di amici e io non dimentico che più volte a Bose mi fu chiesto di costituirla, addirittura di fare un movimento. Ma mi sono sempre rifiutato di percorrere quella strada. Ma i tempi sono cambiati, sono passati più di cinquant’anni da allora: il Concilio ecumenico che ci stava alle spalle e ci dava tanta speranza non si è realizzato, anzi, direi che è molto contraddetto nonostante gli sforzi fatti da papa Francesco. La situazione è cambiata nel mondo: i cristiani sono diventati una minoranza, le parrocchie sempre meno significative, oserei dire afone nell’evangelizzazione, e soprattutto non sono più luoghi di fraternità, di comunione, di comunità. Questo è il grande dramma delle parrocchie, sono diventate nella maggior parte dei casi luoghi in cui si va a prendere servizi, sono diventate dei luoghi che offrono religione, dispensano riti (la messa, i funerali, i battesimi) ma altro non danno. Lo dico col cuore spezzato, ma la maggior parte delle parrocchie offre poco o nulla per la vita spirituale dei credenti.
Costatiamo come nell’Europa occidentale emerge con forza una novità significativa: soprattutto i monasteri, anche piccole realtà monastiche, fraternità, stanno diventando dei centri in cui nel giorno di domenica si ritrovano i fedeli, si riconoscono, e presso queste comunità percorrono itinerari di fede, esperienze di lectio divina, itinerari di conoscenza della Bibbia, vivono eventi spirituali che le parrocchie non sono in grado di offrire più. Soprattutto in Francia si è avverato quel che diceva Benedetto XVI, cioè che la chiesa sarebbe stata in questo secolo in diaspora: piccoli gruppi legati a comunità e accanto ad esse le parrocchie come luoghi di servizio religioso che ritmano la vita. Fion a quando i servizi religiosi saranno ancora richiesti perché sempre di più, come per i matrimoni, anche per i funerali non si ricorre più alle parrocchie e i battesimi sono rari…
Sentendo anche alcuni di voi che chiedevano: “Possiamo avere un legame più profondo con voi, con la vostra comunità, che non sia soltanto affettivo?”, noi cerchiamo di rispondere a questo. La Comunione della Madia che vogliamo costruire insieme non è di natura giuridica, né istituzionale, perché abbiamo molto cara la libertà dei figli di Dio.
Qui, oggi, insieme avanzerete delle proposte per vivere concretamente questa comunione. Da parte nostra dedicheremo alcune domeniche dell’anno solo ai membri di questa comunione per fare con loro una meditazione, un cammino con noi o con delle persone che chiamiamo (personaggi, teologi, esperti) su alcuni temi scelti dalla comunione, su cui la comunione vuole crescere. Potrebbe anche essere una volta all’anno tra i giorni di esercizi spirituali, ma solo per la comunione. Potrebbero essere altre iniziative, che voi stessi proponete… Tutto è libero ma vorremmo che fosse essenzialmente una relazione spirituale che ci aiuti a vivere la fede: voi nel mondo, noi in questo luogo in disparte della vita monastica, ma in solidarietà, in fraternità. Comunione sì affettiva, ma anche comunione esistenziale, vitale, reale, con alcuni fatti. Certo noi condivideremmo con voi anche le nostre preoccupazioni, senza caricarvi di responsabilità. Ho detto che la comunione non è né giuridica né istituzionale, quindi non vi si dà nessun peso, e nessun obbligo e nessun impegno, ma è bene sapere le cose, condividerle. Noi stessi monaci e monache siamo aiutati se possiamo dirvi con libertà: “Noi abbiamo questo problema…”, e voi ci dite: “Cercate di risolverlo così… oppure: non è un problema da risolvere, non è grave”. Noi vogliamo uscire da qualunque tentazione di autarchia e di chiusura su noi stessi. Non siamo una setta, siamo una comunione.
Questo è ciò che noi vi proponiamo, e poi nei colloqui personali tra voi e i membri della comunità avete anche la piena libertà, non solo quella in assemblea, insieme, di dire tutto quello che possiamo fare perché il vostro cammino verso il regno sia confermato, sia aiutato, sia più facile, perché sia bello e gioioso vivere da fratelli e sorelle insieme e togliere ogni possibilità di solitudine del credente in questo momento non facile del mondo e della chiesa. Questo è quello che noi cerchiamo di proporvi sollecitati dai vostri desideri.



