Lasciarci trovare
Lc 15,1-10 – XXIV domenica dell’ordinario – 14 settembre 2025
Fr. Goffredo Boselli, monaco della Madia
Vangelo
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione. Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».
Ecco una pecora che non va d’accordo con le altre e non si accontenta di ciò che le sue compagne pascolano. Cerca la sua felicità allontanandosi dal gregge, segue le sue idee, il suo desiderio, senza preoccuparsi di ciò che gli altri vivono o di ciò che cercano. Si potrebbe pensare: “Peccato per lei, ma dopotutto, ce n’è ancora in abbondanza, ne restano novantanove!”. Questo significa vedere le cose in modo umano. Il pastore, Gesù Cristo, ragiona diversamente: “Se è sola soffre, se è lontana si dispera, devo uscire a cercarla”. Ha riconosciuto la sua pecora: ha il tuo volto, il tuo aspetto, la tua storia. Più è smarrita più gli manca, più è isolata più la cerca come se avesse solo quella.
E chi non ha capito il cuore di Dio comincia a scandalizzarsi: “Che senso ha prendersi tanto disturbo per questa pazza, per questa ingrata che fa soltanto quello che vuole lei!”. Così già i farisei e i dottori si lamentavano di Gesù: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro!”. Siamo suoi ospiti, mangiamo con lui, noi indegni e ingrati. Ognuno di noi è ricondotto all’ovile sulle spalle del Signore, che in questo modo vuole che tutti siano salvati. E invita a partecipare della sua gioia tutta la comunità credente: «Ho ritrovato la mia pecora, quella che era perduta”, quella che non osava più sperare in me, né negli altri, e forse neppure in sé stessa.
La parabola offre una prima possibilità: identificarsi con la pecora smarrita. Questo significa fare il punto sui cammini che sto percorrendo, sul mio isolamento, sul mio allontanamento dal gregge e dal Pastore, sulla mia incapacità di amare. Lasciare che il pastore mi venga a cercare, mi prenda sulle sue spalle senza rimproveri e mi riporti alla gioia, semplicemente perché mi ama e ai suoi occhi valgo. Pecore smarrite, non possiamo insuperbirci né cedere la fiducia: dobbiamo, come i veri poveri, lasciare che venga il Salvatore e, quando verrà, guardare solo a Lui, senza soffermarci sulle miserie che lui vuole dimenticare.
La seconda possibilità potrebbe sembrare superflua e deludente: consiste nel vivere la parabola come una delle novantanove pecore rimaste nel deserto. Questa è la lettura che la piccola Teresa ha tentato con la sua consueta audacia: “Nostro Signore vuole lasciare le pecore fedeli nel deserto… Egli è sicuro di loro; non possono più smarrirsi, perché sono prigioniere d’amore, così Gesù ruba loro la sua presenza tangibile per dare le sue consolazioni ai peccatori” (Lettera 142). Questa scelta inaspettata di Teresa ci porta ad ascoltare la parabola non più solo a partire dal nostro tradimento, ma dalla fedeltà del pastore; non più a partire dal nostro isolamento, dalle nostre tentazioni di emarginazione ma a partire dal nostro posto reale, normale, felice, il nostro posto nella comunità fedele, nel cammino della fedeltà, quel posto che il pastore restituisce sempre alle sue pecore ritrovate.
Leggendo la parabola superficialmente, si potrebbe pensare che il pastore non sia interessato alle novantanove, come se la loro lealtà non valesse più della routine. In realtà, il pastore non le abbandona quando le lascia insieme nel deserto. Se le lascia, è perché si fida di loro. Apprezziamo sufficientemente tutto l’amore nascosto in questa fiducia del pastore verso di noi? La felicità delle novantanove è sapere che il pastore è lieto di salvare chi si è allontanato. La loro preoccupazione è meritare la fiducia, partecipare alla ricerca del perduto senza chiedere al pastore altro che la sua amicizia, un’amicizia che vivono insieme nel deserto.
Cristo si paragona poi a una donna che cerca una dramma d’argento, una delle dieci che aveva, e che non si rassegna alla perdita di questa moneta. Accende una lampada e spazza ovunque, per non perdere nessuna occasione, per aver tentato tutto, almeno, prima di piangere la moneta perduta. Una pecora riportata indietro, una moneta ritrovata, è la storia di ogni conversione: Dio compie l’impossibile, attraverso suo Figlio Gesù, per riunirci all’ovile. In risposta, ci chiede poco, un po’ di amore grato e un gesto di umiltà: lasciarci trovare.






