Il fuoco acceso
Lc 12,49-53 – XX domenica dell’ordinario (17 agosto 2025)
Fr. Goffredo Boselli, monaco della Madia
Dal Vangelo secondo Luca 12,49-53
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. D’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».
Diceva ancora alle folle: «Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: Viene la pioggia, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: Ci sarà caldo, e così accade. Ipocriti! Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?».
“Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso”. Il fuoco è una realtà potente, un simbolo inesauribile di vita e di passione. Il poeta vittoriano Leigh Hunt ha scritto: “Il più tangibile di tutti i misteri, il fuoco” (Life, poetics, politics,1857).
Nella Bibbia il fuoco definisce l’identità di Dio e qualifica tanto la potenza della sua ira quanto il suo amore, la passione e la gelosa per Israele: “Il Signore, tuo Dio, è un fuoco che consuma, un Dio geloso (Dt 4,24). Il profeta Geremia descrive la forza seducente di Dio come un fuoco travolgente che gli brucia dentro: “Nel mio cuore c’era un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa: mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo” (Ger 20,9). Più avanti sarà Dio stesso a ricordare al profeta la sua esperienza: “La mia parola non è forse come il fuoco?” (Ger 23,29).
Nei Vangeli, Giovanni il Battista annuncia che il più forte di lui “vi battezzerà con Spirito santo e fuoco” (Lc 3,16), così che il battesimo di Gesù è un’immersione nel fuoco, simbolo dello Spirito santo, fiamma di purificazione, prova, affinamento e trasformazione. Anche il salmista, pur consapevole della sua innocenza, invocava: “Scrutami Signore e provami, affina al fuoco il mio profondo [i miei reni] e il mio cuore” (Sal 26,2). Agostino d’Ippona così commenta il versetto: “Con che cosa brucerai i miei reni? Con il fuoco della tua parla. E con che cosa brucerai il mio cuore? Con il calore del tuo Spirito. Di questo calore altrove è detto: ‘Nessuno sfugge al suo calore’ (Sal 19,7), mentre del fuoco il Signore dice: ‘ Sono venuto a gettare il fuoco sulla terra’ (Lc 12,49)” (Commento sui salmi 25,II,7).
Gesù stesso si è definito come colui che è venuto ad accendere il fuoco, esprimendo il desiderio o forse il sogno “come vorrei che fosse già acceso” (Lc 12,49). Come non ricordare un ágraphon presente nel Vangelo gnostico di Tommaso: “Chi è vicino a me è vicino al fuoco” (n. 82).
Il fuoco è una delle realtà più intense ed evocative con la quale Gesù ha raccontato sé stesso come persona divorata da un fuoco interiore, esprimendo quella grande passione che per tutta la vita è stata l’origine delle sue parole e dei suoi gesti. Il suo compito sulla terra è stato quello di seminare il seme del fuoco che è la parola di Dio, un fuoco che brucia nel cuore di ogni essere vivente. “Come vorrei che fosse già acceso”; con la sua morte in croce e la sua risurrezione Gesù ha acceso quel fuoco che con la sua persona era venuto a portare, che altro non è che il suo Vangelo.
Come non ricordare che per Abraham Heschel “la religione nasce dal fuoco, da una fiamma che consuma le scorie dello spirito e dell’anima; ma corre il rischio di vivere ai margini del fuoco” (L’uomo non è solo).
Il desiderio espresso da Gesù è che quel fuoco che è venuto a gettare sulla terra sia acceso. Dopo duemila anni di cristianesimo il fuoco che Gesù ha gettato sulla terra divampa, arde, brucia? Il cristianesimo non è solo vino nuovo che rompe otri vecchi, ma anche fuoco che arde per passione e audacia di novità in primo luogo contro l’agonia di sé stesso, quell’agonia che Emmanuel Mounier già costatava nel 1946 e che oggi ci sta davanti in tutta la sua nitida evidenza: “Quando il cristianesimo sbaglia, che almeno sbagli con grandezza, nell’audacia, nella sfida, nell’avventura, nella passione. Ma che il cristianesimo venga a confondersi con la timidezza sociale, con l’equilibrismo e il cieco timore del popolo, ecco ciò che non potremmo mai permettere” (Agonia del cristianesimo?, 1946).






